domenica 1 novembre 2009

28 OTTOBRE 2009 - "I CARIOLANTI" IN TUTTE LE LIBRERIE

28 OTTOBRE 2009 - "I CARIOLANTI" IN TUTTE LE LIBRERIE D'ITALIA


ELLIOT EDIZIONI

COLLANA HEROES
Diretta da Massimiliano Governi

Titolo: I cariolanti
Autore: Naspini Sacha
Editore: Elliot (collana Heroes)
Data di Pubblicazione: 2009
ISBN: 9788861921054
Dettagli: p. 158
Reparto: Narrativa italiana

In anteprima una recensione di Gianfranco Franchi per Lankelot.eu

Drammatica e cannibalica allegoria della sofferenza del popolo italiano nei primi cinquant’anni del secolo scorso, “I Cariolanti” è un’opera letteraria che sprofonda nel male – e dal male lascia discendere e derivare una narrazione viscerale, rabbiosa e violenta, storia di miseria nera e di fame assoluta, di povertà e ignoranza, di straordinaria e incontrovertibile sconfitta del bene, e della speranza. È ambientata in Toscana, ma potevamo tranquillamente ritrovarci tra i poveri braccianti emigrati nelle paludini pontine che così bene ha descritto Guerri nel suo studio sulla stravagante santità di Maria Goretti, “Povera santa, povero assassino”, o in Veneto, o in Abruzzo. La povertà e la grettezza, nelle campagne, erano esattamente le stesse; comprenderle fino in fondo, per noi contemporanei, è davvero difficile. Immaginarle è estremamente faticoso e doloroso al contempo. “I Cariolanti” è una terribile vicenda di umiliazione dell’essere umano, della pietà, e dell’intelligenza, ideata e scritta da un narratore ossessivamente ispirato dai nostri lati oscuri (cfr. “I sassi”), Sacha Naspini da Grosseto, classe 1976, qui al suo esordio nell’editoria mainstream dopo anni di militanza nell’underground: il romanzo è stato pubblicato nella collana Heroes della Elliot, diretta da Massimiliano Governi. Entriamo adesso nel cuore della vicenda…

“Se non mangio tutto poi arrivano i Cariolanti. Quando li sogno sono in due, un uomo e una donna vestiti male, scavati fino all’osso e con tutti i capelli appiccicati sulla faccia. Camminano strascicando i piedi nudi, sporchi di sangue e terra. E dita bitorzolute, e braccia lunghe, anzi lunghissime, fino alle ginocchia. Lunghissime e secche. I Cariolanti si chiamano così perché si tirano dietro un carrettino sgangherato, sopra c’è un lenzuolo che una volta era bianco ma che adesso è tutto zozzo e logoro, pieno di patacche schifose. Da là sotto a volte spuntano dei piedini di bimbo. I Cariolanti hanno sempre fame. Se a cena qualche bimbo viziato non mangia tutto, di notte arrivano loro, ti prendono e ti portano via per mangiarti vivo nella loro tana” (Incipit de “I Cariolanti”, p. 5).

Da qualche parte in Toscana, 1918. Il narratore, Bastiano (nove anni), e i suoi genitori, si sono nascosti e sono convinti di essere introvabili. Vivono in un buco, da quattro anni, sottoterra. Il soffitto è un tavolaccio e qualche trave, nient’altro. Là fuori c’è la Guerra, nessuno deve scoprirli. Altrimenti impiccano il papà, che ha disertato. Sul soffitto c’è un buco, serve per cacciare gli animali, per metterli in trappola e colpirli con una lancia. A volte la trappola funziona. Quando il babbo e la mamma accendono il fuoco il loro piccolo si sente male, s’addormenta oppure dà di stomaco. Il primo nemico è la fame. Ma a volte la caccia va male…

“Io non lo so se hai mai provato la fame quella brutta, quella che neanche ti fa dormire e se per caso ci riesci, non fai che sognare quello: di mangiare. La fame quella che ti fa impazzire, tanto che cominci a guardare il secchio dei bisogni, o scavi con un dito per terra, in mezzo a una fessura delle tavole, alle volte ti capitasse un baco tra le mani. Giuro che ti metteresti in bocca di tutto, se piangi non fai che leccare le mani per sentire il salato” (p. 16).

… e allora in famiglia finiscono per mangiarsi un pezzo della mamma. La coscia. La ferita si infetta. Per quella gamba le cose si metteranno molto male. Finirà amputata. Passa del tempo. Passano anni. Il piccolo adesso porta ogni tanto il suo branco di randagi a riempirsi lo stomaco, forzando le serrature delle gabbie dei polli e dei conigli. A questo punto a narrare la storia, per un po’, è una ragazza di sedici anni, Sara, che scrive il suo diario e parla di un giovane aiutante dello stalliere, Bastiano, che le piace tanto. “La sua famiglia vive nella miseria più nera e lui si deve spaccare la schiena sette giorni su sette, visto che suo padre comincia ad avere un’età e sua madre è malata” (p. 51). I due fanno amicizia, nasce una strana complicità. Passa del tempo. Lui ha 22 anni, suo padre piange. La mamma è morta. Il narratore ricorda che una volta si sono mangiati un neonato, e lei non voleva. Il narratore racconta che con Sara le cose andavano bene, loro due si erano innamorati. Un giorno stavano facendo l’amore, poi lei s’è tirata indietro, lui senza volere le ha fatto male – e l’ha ammazzata – e i suoi cani randagi si sono spartiti il corpo di lei. Passano molti anni. Bastiano – superata la gattabuia, dove impara a leggere e scrivere un po’ – ha 34 anni e sta combattendo, sono i giorni della Seconda Guerra Mondiale. Il nemico è crudele come lui, con la stessa incoscienza. Lui soffre la fame. “L’unica cosa buona che impari dalla guerra è che siamo tutti uguali, se la mia pancia brontola rischio di non arrivare a domani, è un po’ come la tua” (p. 110). Scapperà, verrà ritrovato, ricomincerà a vivere ex novo, cercando di ricostruirsi come niente fosse, dopo nuovi massacri… fermiamoci qua.

***

Quando un artista decide di consegnarsi alla narrazione del male, deve rinunciare – e con difficoltà, e con dolore – ad attenuarlo con artifici e gentilezze; deve avere coraggio di andare fino in fondo, dimentico di sé, dimentico del spirito della nostra specie. Sacha Naspini riesce in questa terribile impresa, e non da ieri, con una facilità abnorme. Si rimane incollati nella lettura di questa mostra delle atrocità e si cerca di resistere all’orrore – è impressionante e difficile a credersi, ma questo libro fa paura: quel sangue è reale, è vivo – cercando infine di trovare un senso. Il senso che io trovo è che mi sembra sia necessario non dimenticare il baratro di pazzia e di morte che hanno affrontato e superato i nostri bisnonni e i nostri nonni, per consegnarci una società più civile e democratica, e un’Italia finalmente estranea alle guerre. Non alla violenza – e questo giustifica ampiamente la vecchiaia di Bastiano (nome verghiano, ma non credo serva glossare…) nell’Italia repubblicana: perfettamente ambientato e perfettamente memore di ciò che è stato, di come è cresciuto, dell’uomo di cui era figlio, del futuro che sempre gli è stato negato.

Scrivere che questo è un bel romanzo non è giusto; ha la bellezza del macabro, dell’orrido, di tutto ciò che è sconcertante: bisogna avere una particolare inclinazione all’orrido per poterci riconoscere bellezza. Ma è un’opera letteraria trascinante, coinvolgente, cupa, buia, morbosa. E – last but not least – è una creazione originale. Pizzicatemi la fonte d’ispirazione, scartando quella immediata ma vaga di “Io non ho paura” di Ammanniti – ché il respiro qui è ben diverso. Ve ne sarò grato.
Gianfranco Franchi per Lankelot.eu

Il booktrailer ufficiale: http://www.facebook.com/vi

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Libreria Universitaria http://www.libreriaunivers






Intervista a cura di EnzoBlyCold per CorpiFreddi.it

Corpi Freddi: Presentati ai nostri lettori...

Sacha Naspini: Maschio, razza bianca. Per vivere faccio di grafica e scrivo romanzi. Quando mi capita viaggio, e cerco di farlo capitare spesso.

CF: Classe ‘76 e già hai all’attivo tanti romanzi pubblicati. È innegabile che scrivi tanto, così come è evidente che gli editori hanno molto rispetto di ciò che scrivi. Qual è il tuo segreto?

SN: Lettura e indole, credo sia tutto qui. Scrivo molto, ma questo non perché sia un fenomeno o qualcosa del genere. Di dieci soggetti che attacco, forse ne chiudo uno. Forse. Anche se la soffro un casino, mi piace tutta quella parte preliminare, quando imposto una storia. Il problema è che una storia mi può anche piacere da morire, però se non trovo l’intonazione giusta, poi tendo ad abbandonarla. Insomma, rileggendo mi deve fare un buco in pancia, sennò lascio tutto lì. Ho una cartella “Bozze” che esplode, e intanto decanta. Poi riprendo cose e le rimanipolo. Ma anche se blocco un progetto al capitolo diciotto, non sento mai tutto quel tempo buttato via. È sempre studio, esperimento di scrittura. Se non scrivo divento brutto, mi hanno fatto così. Lo farei anche se non pubblicassi niente, e per secoli e secoli è successo proprio questo. Poi un giorno decisi di mandare in giro qualcosa, e dopo un po’ è uscito L’ingrato. Era il marzo del 2006. Mi piacerebbe non farlo finire più, da tre anni a questa parte la mia vita è cadenzata dal ritmo dei romanzi in uscita. È un bel modo per tirare avanti.
L'INGRATO
EFFEQU Edizioni
http://www.effequ.it


CF: Una cosa che però salta all' occhio è che ogni libro ha un editore diverso dal precedente. Come mai non c'è una continuità dal punto di vista editoriale?

SN: Non sono uno che a vent’anni è uscito a schianto con Einaudi o Mondadori, e questa la considero un po’ una fortuna. Mi sono guadagnato ogni singolo contratto con le mie mani, a suon di magoni e tutto il resto. Mi piacciono quegli scrittori che si sono fatti dal basso, rosicando centimetro dopo centimetro ogni singolo pezzo di strada. Questi scrittori sono un po’ come una band che comincia dalle cantine, poi approdano sul palco sgangherato della festa di paese, poi ecco il primo locale, il primo demo… Per me ci sono scrittori da treno e scrittori da aereo. I primi si sparano tutto il paesaggio, aspettano ore e ore una coincidenza in certe vecchie stazioni scalcinate dormendo con la testa sopra ai bagagli. Gli altri partono e zac, arrivano subito dall’altra parte del mondo. Spesso come vengono, se ne vanno. Io adoro gli scrittori da treno, perché se ne vanno in giro con le budella in mano, e poi nelle pagine questa cosa si sente. La mia fortuna è stata quella di trovare sempre editori seri e appassionati al mio lavoro, che hanno accettato le mie virate di stile e tutto il resto. Di stazione in stazione. Be’, adesso credo di averne trovata una bella, dove fermarmi davvero per un bel po’.

CF: Sempre per rimanere in tema, una persona che considero un grande della piccola editoria, Gordiano Lupi, sul sito del Foglio Letterario, scrive: "Ci siamo fatti scappare un grande romanzo maremmano come L’ingrato". Come mai non l'hai pubblicato col Foglio Letterario? E che rapporti hai con Gordiano Lupi?

I SASSI
IL FOGLIO Edizioni
http://www.ilfogliolettera
rio.it
SN: Quando cominciai a mandare in giro L’ingrato ricevetti quasi subito la proposta da Effequ, e accettai. Il foglio è semplicemente arrivata dopo, ma quello fu uno dei modi per entrare in contatto. L’anno successivo pubblicai con loro I sassi, che adesso è alla seconda edizione e continua ad andare avanti benissimo – a breve, forse, anche delle belle novità legate a questo libro. Entrai in contatto con Il foglio proprio mentre la loro grafica dell’epoca stava lasciando il lavoro, e Lupi, sapendo che ci vivevo un po’ da freelance, mi propose un ruolo attivo nella redazione. A tutt’oggi continuo a collaborare con Il foglio come grafico di copertina e impaginatore. Per quanto riguarda il mio rapporto con Lupi, be’, in questi ultimi due anni mi ha dato mille opportunità, mi ha coinvolto in tantissime situazioni dandomi un mare di occasioni per crescere, e questo credo che possa dire tutto.

CF: A quale dei tuoi romanzi scritti sei più legato? Perché?

SN: Sono banale: a tutti. (E adesso grondo banalità a getto) Ma di solito mi galvanizzo ripensando all’ultimo che ho scritto. I cariolanti, che esce a ottobre per Elliot, è quello che al momento sento di più – per ovvie ragioni, anche. Non so come verrà accolta questa storia, con tutta quella visceralità bestiale messa in evidenza, ma se una cosa è certa, è che mi ci sono svuotato parecchio. Quando mi vengono in mente delle parti di questo libro, sento un tonfo alla bocca dello stomaco, e allora sguazzo un po’ in quest’attesa.

NEVER ALONE
VORAS Edizioni
http://www.vorasedizioni.i
t
CF: Con NEVER ALONE sei arrivato finalista al Premio Editoria Indipendente, com'è andata?

SN: Ancora non ho notizie precise. Voras sta comunque monitorando la situazione, se c’è qualche novità mi avvisano di sicuro. Credo che debbano ancora stendere la rosa dei segnalati, dei vincitori… Ma mi è piaciuto un casino il commento che hanno fatto al mio libro sul sito del concorso. Durante la stesura di Never alone pensavo spesso a come potrebbe reagire un adolescente di oggi a quella storia. Quest’inverno forse farò un ciclo di incontri nelle scuole medie, per parlarne direttamente con loro (a patto che i presidi decidano di dare il libro in lettura agli studenti, cosa assolutamente non certa). L’adolescenza è un periodo della vita che mi interessa moltissimo raccontare, con tutte le sue forme molli, tutti quegli angolini bui che vengono in superficie pieni zeppi di schifezze e confusioni varie…

CENTO PER CENTO
HISTORICA Edizioni
http://www.collanashortcut
s.com
CF: Non sto a chiederti quale sia il tuo autore preferito o che ti ha più influenzato, ma vorrei sapere da te, quali autori invece proprio non sopporti o di cui proprio non riesci a finire i libri.

SN: Di nomi non ne faccio. Mi fanno schifo quasi tutti i libri da buh, ti faccio paura come nei fumetti. Sopporto poco e male anche le storie di detective e cose così. Con questo non voglio dire che per me tutta la letteratura di genere potrebbe anche sparire, anzi. La contaminazione per me è una bella, bellissima cosa, a patto che non ne faccia le spese il tocco d’autore, tutto qui.

CF: Oltre ad essere un (ottimo) autore di romanzi, scrivi anche testi musicali col tuo gruppo, i “Vaderrando” (http://www.vaderrando.it/). C’è un connubio tra la scrittura editoriale e quella musicale?

SN: La musica è stato un bel colpo di testa che dai quattordici mi sono portato dietro fino a un paio di anni fa. Mi ha tolto e mi ha dato tanto, e di certo continuerà a esistere nella mia vita, in modo attivo. Mi ha insegnato molto, specie sul gioco del “non detto”. La musica ha la capacità di amplificare, rendere diverso il senso delle parole che incastri in un giro d’accordi. E poi c’è il rigore a cui non puoi sottrarti. Nella pagina bianca tutto questo si espande a dismisura, e lì parte la vera sfida. Non hai una base, sotto, te la devi costruire da solo, con un silenzio a squarciagola. Di certo è più semplice scrivere un buon pezzo che un buon romanzo.

I CARIOLANTI
da ottobre 2009 in tutte le librerie
ELLIOT Edizioni
http://www.elliotedizioni.
com
CF: A Ottobre uscirà il tuo primo romanzo per la grande editoria, I cariolanti per la Elliot Edizioni - Collana Heroes. Chi o cosa sono I cariolanti? Parlaci un po’ di questo romanzo.

SN: I cariolanti. Be’, questa è la prima volta in assoluto che ne parlo in maniera concreta, in attesa dell’uscita. I cariolanti mi è venuto giù da solo, in pochi giorni. Era gennaio di quest’anno e assillavo tutti quelli che conosco per farmi raccontare aneddoti particolari, qualsiasi cosa che mi desse un gancio per la storia che mi girava in testa. Volevo scrivere qualcosa di veramente eccessivo e credibile, con un’intonazione magari anomala, tutta a getto, che partisse dalla vena che sentivo in quel momento. Alla fine incappai in questa favoletta de I cariolanti che all’inizio del secolo scorso le madri raccontavano ai propri bambini per farli addormentare. I cariolanti. Appena ho sentito queste parole, mi è venuta pam, una folgorazione. Dentro ci sentivo tutto quello che volevo dire: fame, disperazione vera, animalità. Neanche una settimana dopo avevo la mia prima stesura bell’e pronta, ma aspettai a mandarla in giro. C’erano delle parti che non mi convincevano molto, avevo il dubbio che il lettore le potesse trovare “di genere”, e cercavo una soluzione, che fu più o meno questa: perché se un leone sbrana una gazzella è natura e se un cannibale fa a pezzetti qualcuno è splatter? Ne I cariolanti non si parla di cannibali, ma anche un po’ sì. Il personaggio principale vive i primi anni della sua vita in un buco sottoterra, in mezzo al bosco, con i suoi genitori. Bastiano si trova lì perché suo padre ha deciso di disertare alla prima guerra, per prendersi cura della famiglia. Le prime cose che Bastiano conosce sono la fame e l’adattamento a una realtà non ostile, di più. Da lì parte la storia, tutti i capitoli seguenti sono fotogrammi della sua vita. Una vita in cui i valori, l’amore, la paura, tutto fa capo all’istinto puro, alla bestialità animale pura.

CF: Peraltro verrai coaudiuvato da un grande editor, Massimiliano Governi (autore dei romanzi "Il calciatore" - Baldini e Castoldi - e "L'uomo che brucia" per Einaudi). Com’è lavorare con lui?

SN: Be’, che dire. Essere contattati da uno dei più famosi talentscout italiani, da uno scrittore come lui, editor per grandi realtà editoriali, sul momento ti toglie un bel po’ il fiato. Nel senso che a pensarci ci resto secco anche adesso che abbiamo chiuso il lavoro e I cariolanti è andato in stampa… Massimiliano Governi è di una disponibilità e una pazienza spiazzanti, non te lo aspetti da uno come lui. Attento alle minime scorie – una storia è fatta di particolari – ti costringe a vedere e rivedere il testo, discutendo con te ogni singola parte nel dettaglio, sopra e sotto le righe. Si è preso cura del mio libro come se fosse suo, con la stessa passione e lo stesso entusiasmo. Inoltre ha uno staff pazzesco, di ragazzi superpreparati. Per uno come me che viaggiava di stazione in stazione è stata un’esperienza folgorante.

CF: La Elliot ti ha messo dei paletti nella stesura di questo romanzo?

SN: Assolutamente no. Quello che è in stampa è esattamente il testo che ho presentato alla casa editrice a marzo di quest’anno. I cariolanti era già scritto. Ricordo che Governi, quando ci siamo incontrati in redazione con tutto lo staff di Elliot, disse una cosa che mi lasciò mezzo morto su quella sedia. Parlando de I cariolanti, a un certo punto disse: “Il miglior Ammanniti riscritto da Cassola e qualcun altro. Be’, è evidente che di quest’ultimo ci interessa tantissimo…”. Tutto questo per dire che in Elliot sono certamente interessati a salvaguardare la parte d’autore di un testo, cosa abbastanza rara di questi tempi in cui tutti si omologano, si stratificano seguendo le leggi della medietà e della vendita. Rispetto alla bozza originale, ne I cariolanti ci sono solo degli accorgimenti necessari che mi sono stati segnalati dallo staff e da Governi. Piccole scorie, niente di più. In fase di revisione ho integrato un nuovo capitolo, assolutamente necessario per riparare a una virata temporale effettivamente troppo brusca.

CF: Di certo questo salto, non ti porterà ad allontanarti dalla piccola editoria, visto che a breve hai anche pubblicato un altro romanzo per la Voras, Never Alone, e un mini romanzo, Cento per Cento, per la Historica Edizioni.

SN: Fa tutto parte del viaggio. Adesso sono sotto contratto con Elliot, e non posso permettermi di saltare da un fiore all’altro come prima. Elliot ha l’opzione di prima lettura delle mie cose per i prossimi cinque anni. Quando ho firmato con loro, gli altri progetti erano già in corsa, e allo stesso modo firmati. Ma ricevuto il benestare, non mancheranno collaborazioni esterne di qualsiasi genere, soprattutto con chi in questi ultimi tempi ha investito e creduto nelle mie cose.

CF: Parlaci della piccola editoria vista dal di dentro e dal tuo punto di vista…

SN: Nell’ambiente della piccola e media editoria ci sono un sacco di squali, ma anche gente che lavora benissimo e con passione. Bisogna stare sempre in guardia e fare scelte oculatissime. C’è chi fa pagare cinquemila euro per pubblicarti un libro da mandare al macero il mese dopo, se non di più. Già un’altra cosa è acquistare delle copie scontate scopo promozione, a patto che non si parli di cifre assurde, se uno decide di cominciare così. Ma ci sono anche case editrici che investono a pieno, secondo le loro forze, e vanno scovate con il lanternino. In questo senso sono sempre stato fortunato, ma anch’io qualche scottatura l’ho avuta, specie sui racconti che davo per certe antologie, per poi vedermi recapitare a casa la mia copia “omaggio” in contrassegno, al modico prezzo di. A parte questo, c’è anche un altro bel mondo in subbuglio, serio e di progetto, in cui stringi rapporti con persone davvero speciali.

CF: La redazione dei Corpi Freddi, ha sempre avuto una certa affinità col mondo dell' editoria underground, e sin dalla nascita del nostro sito, abbiamo sempre cercato di recensire e intervistare autori di quest’anfratto dell’editoria. Da qualche tempo a questa parte anche le testate "più grandi" dell' informazione, sembra che si siano accorti che non esiste solo la Mondadori o la Einaudi, come case editrici in Italia. Sta di fatto che l’Italia rimane uno dei Paesi europei dove si legge meno e dove si stampa una cosa come 150 libri al giorno. Che ne pensi?

SN: Se pensi che ogni giorno escono centocinquanta libri solo in Italia, non scrivi più. Ti dici: “Chi me lo fa fare”. Io faccio così: testa bassa e lavorare. Intorno ti vortica tutto quel macello, e come accendi Internet tutti hanno scritto un libro. Tutti vogliono scrivere un libro. Con certe case editrici in circolazione, ti ci vuole niente a pubblicare le tue “Memorie dell’estate con Carla”, basta che paghi, così puoi andare su Facebook e dire a tutti i tuoi amici: “Ehi, ho scritto un libro!”. Riempiono un bel po’ la bocca queste parole. Non so se dico una cosa impopolare, ma sono dell’idea che per un autore, arrivare a “vette editoriali di spicco”, sia l’unica soluzione. Dici Mondadori, ma estendo il discorso un po’ a tutte le altre. Il problema è arrivare a quelle scrivanie. Però se vuoi provare a fare il lavoro di scrittore, devi arrivare da quelle parti, non ci sono cristi – non c’è solo Mondadori, ovvio. Se è vero che in Italia si legge poco, quel poco che si legge arriva in gran parte dalla grande editoria, credo. Davvero, alla fine non trovo altre soluzioni. Non dico che sia giusto, ma è così. Parlo dalla parte di chi vuole vivere facendo l’autore, non di chi ha l’hobby di. Una “Edizioni Tanta passione ma pochi soldi” come può tirarti in diecimila copie? Per natura sono allergico a qualsiasi tipo di egemonia, figurati come mi posso sentire pensando a quella culturale che c’è in Italia. Insomma, alla fine rispondo con una domanda, questa: è più deleteria Mondadori che pubblica duecento libri l’anno – faccio per dire, non ho idea di quale sia la cifra – invadendo i circuiti distributivi e le librerie, o Edizioni Pincopallino che ne butta fuori altrettanti a spese degli autori, senza editing, distribuzione e mandandoli al macero tre settimane dopo? La risposta è stare a mezza strada per l’eternità? C’è da dire che la vera editoria di progetto ha dalla sua la carta della completa libertà di scelta, che non è poco. Be’, potrebbe essere un argomento da discutere in Corpi Freddi…

CF: Un enorme e sincero in bocca al lupo dal gruppo dei Corpi Freddi che trepidanti aspettano ottobre per I cariolanti.

SN: Grazie! Ovviamente sarete subito informati sull’uscita. Un abbraccio a tutti!

Intervista a cura di BodyCold per CORPI FREDDI

Per commentare sul blog di CORPI FREDDI:

NEVER ALONE - Recensione a cura di Stefano Massarelli

Art e Ruben sono due ragazzini ai primi anni di scuola superiore. Ruben è grassottello e con i capelli rossi, timido e impacciato e ha l'alito che sa di fogna. Art è forte e determinato e quasi si vergogna di avere come amico un "fifone" come Ruben. I due hanno un nascondiglio segreto poco fuori della città, sotto ai binari della ferrovia, ed è proprio lì che Art mostra al suo migliore amico il suo ultimo oggetto rubato da casa dei genitori: una pistola perfettamente carica. Art è entusiasta e si sente invincibile con quell'oggetto tra le mani, Ruben è invece sconvolto e implora l'amico di riportarla immediatamente al suo posto. Ian Hughes è il peggior bullo della scuola e il povero Ruben è una delle sue vittime preferite, ma dopo l'ennesima umiliazione ai danni del ragazzino il corpo di Ian Hughes viene trovato crivellato di colpi d'arma da fuoco nei pressi di casa sua...
C'è una storia comune di amicizia tra adolescenti nel romanzo di Sacha Naspini, c'è la scuola con i suoi problemi di studio, di bullismo e di amori infranti. C'è il sogno di un futuro migliore come in tutti gli adolescenti, una famiglia che non risponde alle domande e una pistola che - forse - ha la capacità di rispondere immediatamente a tutte le domande. Con uno stile sobrio e di forte impatto emotivo, Sacha Naspini mostra la sua ottima maturità di scrittore con un romanzo coinvolgente che acquista valore con lo scorrere delle pagine, capace di tramutare in modo audace una storia di vita adolescenziale ordinaria in una sorta di "Bowling a Columbine". Naspini cammina con abilità da equilibrista sul confine tra la quotidianità e la follia, che è scandito da una linea sottilissima, un limite labile intaccato dal troppo rancore e da due menti troppo immature e fragili per poter affrontare il mondo con lo spirito giusto, senza ricorrere a decisioni estreme - di vita o di morte che siano.
Stefano Massarelli

Never Alone
Autore: Sacha Naspini
Voras Edizioni
112 pagine
Euro 12,00

Intervista a cura di Stefano Massarelli per Mangialibri.it

Quando c’è di mezzo il mare, gli impegni di lavoro appaiono come semplici passatempi da spiaggia, piccole parentesi di concentrazione nel bel mezzo del relax totale. Sacha Naspini vive e lavora nei pressi di Follonica, ed è proprio qui che avviene il nostro incontro, in un bar vicino alla spiaggia. Ha l’apparenza di un tipo un po' 'oscuro', riservato e riflessivo ma la realtà è ben diversa: accento toscano marcato, spigliatezza nel parlare e sguardo sveglio e sincero. Ma non erano tutti misantropi 'sti scrittori?

Nonostante la tua giovane età ti sei già cimentato in diversi generi e format narrativi. Qual è a questo punto il genere di libro che preferisci scrivere?

Mah, non c’è un “genere” preciso. Anzi, sarei quasi tentato di dire che personalmente non amo i generi stretti, diciamo che mi piace scrivere i libri che vorrei leggere, magari contaminati, questo sì, ma la scrittura di genere – anche se per commissione ho anche avuto modo di farla – non mi interessa. Non mi interessano draghi e ispettori, non mi interessano vampiri o sbudellamenti vari e giornalisti alle prese con. Ma questo non esclude il fatto che si possa scrivere di tutto questo da un’angolazione particolare. Per esempio sul tema Magia, per dirne uno: il Ninna Nanna di Palahniuk. Capolavoro. Nelle interviste e durante le presentazioni dico spesso questa cosa sull’umanità. Nel senso che mi piace – anzi godo da morire – quando un testo gronda umanità e stile. Ovviamente umanità a tutto tondo, non solo nella sua accezione più positiva; e stile che è “intonazione” e viscere, niente roba compiacente.

La componente psicologica è sempre molto forte in tutti i tuoi libri. Quanto è importante per te “scavare” nella mente dei personaggi?

Una cosa che mi piace da morire è mettere a nudo le debolezze e l’arroganza umana. Scardinare le “certezze”, però senza stare lì a spiegare. Tra i miei obiettivi c’è un po’ quello di prendere un Rambo della contemporaneità e ridurlo a un bimbo spaesato che piange sul letto mentre si abbraccia alle ginocchia, o qualcosa del genere. Mi piace scavare, sì, fosse anche con un colpetto di scalpello qua e là. E mi piace quando i movimenti interiori di un tale personaggio si sposano con quelli di una storia che funziona. Quello che pretendo da me, quando scrivo, è che il testo lasci un bel po’ di mazzate allo stomaco di chi legge. Insomma, o almeno ci provo.

Il tuo romanzo I sassi ha riscosso un successo tale da richiedere una ristampa. Da dove è nata l’idea di questo libro, ormai un vero classico underground?

L’idea principale de I sassi è partita da una mostra di pittura e da un viaggio. La mostra era una personale di un emergente, credo, di cui purtroppo non ricordo il nome. Tutta la sua opera – o almeno quella ripresa per l’esposizione – era incentrata sull’idea di raccontare attraverso le pietre. I sassi come linguaggio universale, eccetera eccetera. Be’, mi piacque un bel po’ quest’idea, e ricordo che scrissi sul foglio questo titolo: I sassi. Non so, lo trovavo potente. Poi partii per un viaggio a Praga. Era un bel pezzo che pensavo di scrivere un testo sul tema della vendetta cieca, quella che tenta di ristabilire un ordine, un senso di appartenenza, e insomma portai dentro tutti questi elementi per un po’. Poi c’era anche questa componente che mi allettava molto: costruire una storia come i tasselli di un mosaico che a mano a mano che si va avanti scoprono un disegno più grande. Il risultato è stato questo romanzo che mi ha dato e continua a darmi un sacco di soddisfazioni, in tutti i sensi.

Qualcuno disse che la musica dona estro e rigore ai nostri pensieri. Il fatto che suoni in un gruppo musicale (e sei anche autore di testi) credi che abbia influenza sul tuo modo di scrivere o di 'comporre' le trame dei tuoi libri?

Sì, forse. La musica è stata per molto tempo il mio pallino. In realtà, escludendo la bella geometria dell’anima che c’è nella costruzione di un pezzo, forse per me si riduce tutto a questa cosa qui: solo un altro modo di scrivere. Non saprei dire se dentro, proprio sotto, questo mondo si muove anche quando mi metto davanti alla pagina bianca. Ma la musicalità della parola, quello sì, la cadenza e le chiusure, i sottotesti, le allusioni, forse fanno parte di quel bagaglio. Nella musica la parola si espande, può assumere un monte di significati, mentre nella scrittura si sta proprio all’osso, e se c’è da far parlare un “non detto” si ha esclusivamente l’arma dello stile, di quel richiamo che forse parte dal far vibrare quelle stesse corde che metti in moto quando butti giù una progressione armonica con lo scopo di portare avanti l’ascoltatore, di proiettarlo in quel mondo lì. Proprio come fa una pagina ben scritta che non ti dà modo di staccare gli occhi, a volte indipendentemente dalla trama. Quando la pagina “canta”, insomma. Sono dell’idea che la musica e la scrittura sono due mondi vicinissimi.

Quali sono gli scrittori a cui fai riferimento, se hai dei modelli letterari?

Dei modelli veri e propri non li ho. E non leggo di tutto, sono sincero. E sono anche un po’ spietato: se un libro non mi prende lo mollo subito, senza se e senza ma. Per il resto, ho miei miti che guardo sempre da qua in fondo, e qui potrei partire con un’insalatona che va da Calvino a Fante, da Tabucchi a Palahniuk, che citavo prima. E millemila ne potrei dire, che davanti a queste domande di solito mi si affolla un mare sterminato di nomi che poi mi sento anche un po’ in colpa se me ne dimentico qualcuno.

Qual è la situazione della piccola editoria italiana vista dal di dentro?

Be’, devo dire che in questo senso sono stato piuttosto fortunato. Voglio dire che se non sei un po’ ammanicato e vuoi provare a inserirti nel mondo editoriale italiano, devi camminare con una mano davanti e una dietro – a parte i colpi di fortuna che uno può avere. È pieno di squaletti di ogni tipo, ma questo non serve certo che lo dica io. Tra l’altro, come grafico, spesso sono “costretto” a collaborare con realtà che insomma non si comportano molto bene. Per me in quel caso è lavoro puro, non posso permettermi di rifiutare commissioni per motivi etici. Ma devo dire che a prescindere da tutto questo, c’è comunque un buon motore che si muove, di case editrici indipendenti e di progetto che risicando il budget continuano a fare il loro lavoro seriamente, mettendosi in gioco. Io provengo proprio da realtà di questo tipo, come le Edizioni Il Foglio di Gordiano Lupi, che sono cresciute tantissimo; o la neonata Voras Edizioni, di Stefano Grugni. Cito anche Historica, del giovanissimo Francesco Giubilei. E molte altre ce ne sono. Questo è un po’ l’ambiente dell’underground italiano in cui un autore può cominciare a farsi le ossa, costruendo passo dopo passo il proprio curriculum letterario. Ma bisogna tenere duro, che a quanto pare solo in Italia vengono stampati al giorno una cosa come 150 titoli, è un mare in cui un autore può sentirsi sperso. Personalmente, da qualche settimana ho firmato con Elliot Edizioni, uscirò a ottobre con un nuovo romanzo. Questo è un passo importantissimo per me, sono seguito da un editor del calibro di Massimiliano Governi, e spero davvero di poter concentrare le mie future pubblicazioni – almeno quelle più importanti – con loro. Sono dell’idea che per un autore è importante avere un unico riferimento, senza dispersioni di vario tipo. Con questo voglio dire che se c’è costanza e talento – non saprei parlando per me – dài e dài da qualche parte si sfonda. In questo caso Elliot mi dà concretamente la possibilità di salire di un bel po’ di metri in quel mare che dicevo prima, e di essere più autore nel senso stretto del termine. Ma se eventualmente dovesse accadere qualcosa di “grosso”, di certo non taglierò i ponti con l’ambiente della piccola e media editoria. Ci sono persone che in passato hanno puntato moltissimo sul mio lavoro, e non vedo l’ora di potermi sdebitare, in qualche modo. Perché l’ambiente editoriale underground – quello vero – non è fatto solo di squali, ma anche di gente preparata che dà l’anima e si fa il mazzo, e con la quale puoi costruire rapporti umani della madonna, prima di tutto.
a cura di Stefano Massarelli

Il libri di Sacha Naspini:

Il sito dell'autore:

domenica 12 luglio 2009

CENTO PER CENTO - Recensione

a cura di Stefano Massarelli per MangiaLibri.com
http://www.mangialibri.com/node/4587


La nuova puntata della trasmissione televisiva "Gli occhi dell'anima" in onda su Canale 2 si apre con un'edizione speciale. Di fronte al presentatore Dean La Palma siede infatti il re del pugilato Dino Carrisi, una leggenda vivente della boxe internazionale, detentore per ben due volte del titolo mondiale e la cui storia di omicidio volontario ai danni della moglie ha diviso per anni l'opinione pubblica di tutto il mondo, portando comunque il campione a scontare vent'anni di carcere duro. Ma ora Dino Carrisi ha pronta la sua verità in esclusiva per le telecamere di Canale 2 e, incalzato dall'abile presentatore, inizia così il suo racconto di vita: a partire dai suoi primi incontri clandestini vissuti per la strada fino ai ring delle grandi arene internazionali, al vizio perenne dell'alcol a quella fatidica notte in cui la diva di Hollywood Sylvia Burgay, sua compagna, venne uccisa in circostanze misteriose...

La nuova collana "Short Cuts" della Historica propone una nuova formula di romanzi brevi ricamati su misura per gli amanti della lettura che... non hanno tempo di leggere, perché vanno di fretta, hanno un lavoro che li "impegna mentalmente", o magari hanno una famiglia e la palestra prima di cena. Romanzi brevi scanditi da ritmo e vivacità, sostanza ed efficacia, senza per questo naturalmente tralasciare il fine letterario e la buona scrittura. Sacha Naspini sembra adattarsi benissimo al nuovo taglio e il suo romanzo breve Cento per cento si lascia divorare, incollando il lettore alla sedia con una storia incalzante e ben costruita e una prosa essenziale ma dotata di forte impatto narrativo. L'idea di inquadrare il romanzo in un format di natura televisiva è davvero ottima e dona velocità e cambi di scena repentini che si adattano benissimo al contesto. Il dualismo tra la "scena principale" e il "dietro le quinte" dona ai personaggi un loro spessore, motivo in più per cui la prova generale del giovane autore appare davvero molto buona e denota la sua abilità di narratore che sa adattarsi ai differenti contesti in un mondo in continuo movimento.

martedì 7 luglio 2009

Minitour in Romagna 2009 - Alcune foto

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